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Lunedì, 21/09/2020
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Parco Regionale delle Orobie Valtellinesi

 

Quella delle Orobie è la prima catena alpina che si incontra risalendo verso nord la pianura lombarda e i rilievi prealpini. Interessa nel suo complesso le province di Bergamo, Brescia, Lecco e Sondrio. Il versante meridionale è più dolce e le valli presentano una morfologia più articolata con numerose ramificazioni, mentre il versante settentrionale, quello valtellinese, scende ripido verso la valle dell'Adda, segnato da profonde incisioni vallive ad andamento più o meno parallelo. Su questo versante si estende il Parco delle Orobie Valtellinesi. L'attuale morfologia delle valli orobiche è il risultato dell'azione di vari fattori che hanno contribuito all'erosione dei versanti, tra i quali i più evidenti sono l'azione dei ghiacciai e quella delle acque. I torrenti, in particolare, hanno lasciato un segno evidente nell'ultimo tratto delle valli, prima di sfociare nell'Adda, modellando profonde forre. Come testimonianze dell'azione dei ghiacciai restano invece, oltre ai caratteristici profili a "U" dei tratti più in quota delle valli, le rocce montonate, levigate cioè dallo scorrimento del ghiaccio, e numerosi laghetti alpini di origine glaciale. In uno spazio relativamente limitato, queste montagne custodiscono differenti ambienti caratterizzati ciascuno da una particolare componente vegetale ed animale. La tutela di questa biodiversità, è garantita dal 1989, quando fu istituito il Parco delle Orobie Valtellinesi, un parco regionale montano-forestale. Rigogliosi boschi di latifoglie alle quote inferiori, e di conifere più in alto, crescono favoriti dall'esposizione settentrionale del versante e dalle abbondanti precipitazioni. L'abete rosso è l'albero più diffuso del parco, sostituito dall'abete bianco in associazione al faggio, nel settore occidentale, e dal larice o dal pino cembro, alle quote più elevate. Rododendri, ontani e ginepri segnano il passaggio dalla foresta alla prateria alpina che nei mesi estivi si colora con vistose fioriture. Gli ambienti rupestri e quelli periglaciali, caratterizzati da condizioni di vita estreme, ospitano vegetazioni specializzate, con specie appariscenti e alcune autentiche rarità botaniche. Molti animali tipici delle Alpi trovano sulle Orobie il proprio habitat. Qui è possibile imbattersi in caprioli, camosci, stambecchi, questi ultimi recentemente reintrodotti. Anche il raro gallo cedrone, diventato l'emblema del Parco, trova luoghi adatti alla riproduzione. Preziosa è la presenza, nei boschi di conifere, del picchio nero e delle due civette, nana e capogrosso. Alcune pareti rocciose ospitato il nido dell'aquila reale, mentre la marmotta, una delle sue prede favorite, è facilmente osservabile nelle praterie d'alta quota. Con un po' di fortuna e tanta pazienza si può avvistare un ermellino che spunta tra le rocce o una pernice bianca ben mimetizzata sulla neve.

Non meno importante è il patrimonio storico e antropologico che si conserva fra queste montagne. Molti segni testimoniano quanto le Orobie fossero importanti nel passato, sia per le attività agro-silvo-pastorali, sia per i transiti commerciali. Alcuni fra questi sono stati raccolti presso il Museo dell'Homo Salvadego. L'edificio che lo ospita è situato in contrada Pirondini, a Sacco, in Val Gerola, ed è caratterizzato da una straordinaria ricchezza di affreschi. Il più curioso e interessante è proprio la raffigurazione dell'Homo Salvadego. In parecchie località, poi, è possibile imbattersi nei resti degli antichi forni per la fusione del ferro, minerale di cui queste montagne erano particolarmente ricche, o nelle tracce delle miniere poste ad alta quota. La volontà di preservare queste testimonianze storiche, e di non dimenticare le durissime condizioni di vita dei minatori e degli artigiani del ferro, ha indotto gli amministratori locali a recuperare e valorizzare certe realtà, come nel caso della fucina di Castello dell'Acqua. Visitandola è possibile comprendere come in passato l'uomo abbia saputo servirsi delle forze della natura, dell'energia dell'acqua e del fuoco, con ingegno e abilità. L'impianto, infatti, funziona ancora oggi sfruttando le acque del torrente Malgina, che sono deviate e incanalate allo scopo di fare azionare tutti gli elementi della fucina. Particolarmente suggestiva appare, inoltre, la complessa rete di trincee, mulattiere e sentieri che compongono la cosiddetta Linea Cadorna, realizzata per scopi difensivi durante la Grande Guerra. Questo imponente apparato si sviluppava a partire da Verbania, sul Lago Maggiore, fino al Pizzo del Diavolo, sulle Orobie valtellinesi, attraversando ben trecento Comuni. Le Alpi Orobie sono ben note anche dai buongustai, per la produzione del pregiatissimo Bitto, un formaggio a pasta semicotta prodotto con il latte delle mucche di razza bruno alpina, che ancora oggi durante la bella stagione sono condotte sugli alpeggi. A questo può essere miscelato non più del 10% di latte di capra. Il latte, appena munto, viene riscaldato e lavorato con il caglio dentro le grandi caldaie di rame chiamate culdére. La lavorazione del latte nelle valli del Bitto avveniva tradizionalmente in strutture temporanee, dette calecc, costituite da quattro muretti di sasso ricoperti da un telone mobile. I calecc, dislocati sugli alpeggi a diverse quote, venivano utilizzati per alcuni giorni e quindi abbandonati, man mano che la mandria risaliva il pascolo. Il Bitto può essere consumato come prelibato formaggio da tavola, dal sapore dolce e delicato, se maturato da tre ad otto mesi, mentre diventa un prezioso formaggio da condimento, dal gusto marcato, se invecchiato da uno a tre anni. In realtà, però, le forme di Bitto possono stagionare con buoni risultati anche otto o dieci anni. Nel 1995 è iniziato l'iter che ha consentito di riconoscere questo prelibato formaggio con la Denominazione d'Origine Protetta (DOP).

Fonte: Parco Regionale delle Orobie Valtellinesi

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