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Da Borca al Passo del Turlo

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Uno degli itinerari più affascinanti che è possibile effettuare a piedi fra le cime alpine del Piemonte, con il semplice ausilio di un paio di scarponcini da trekking, è quello che conduce dal paesino di Borca (frazione di Macugnaga) fino al Passo del Turlo, in valle Anzasca. Il Passo del Turlo, posto a 2.738 metri sul livello del mare, quasi schiacciato fra la mole delle cime circostanti, vanta una storia millenaria costellata di migrazioni e conflitti. Lungo quest'antica strada, nel XII secolo, scesero i Walser, che lasciavano la Svizzera per insediarsi in valle Anzasca, Valsesia e nella valle di Gressoney. Di origine alemanna, la popolazione Walser era sfuggita, nel V secolo, agli assalti dei Burgundi, stanziandosi fra il Reno e il Rodano. La loro discesa in Italia fu l'ultima tappa di una migrazione durata per molti secoli. Anche i mercanti di Aosta e della Valsesia si servivano del passo per raggiungere l'antica fiera medievale di Macugnaga. In più di un'occasione, poi, questa via consentì la fuga di popolazioni provenienti dalle valli limitrofe, che sfuggivano alle frequenti razzie di oro e bestiame. Nel XVII secolo il Passo del Turlo fu bloccato con alberi e massi per contrastare una possibile invasione francese. La strada che oggi si percorre è una mulattiera costruita attorno al 1920 da un battaglione di Alpini, come ricorda una lapide posta presso il valico. Nella frazione di Borca, a 1.200 metri d'altitudine, si può parcheggiare l'auto e, magari, visitare il pittoresco Museo Walser, posto in una baita, che raccoglie oggetti e utensili appartenuti a quest'antica popolazione di contadini. Dopo aver attraversato il fiume Anza, si imbocca la mulattiera che costeggia il torrente Quarrazza. Qui si notano alcune marmitte di origine glaciale: fori scavati nella roccia viva dal turbinio delle acque di fusione dei ghiacciai. In poco tempo si giunge allo sbarramento del Lago delle Fate, immerso in una fitta vegetazione dominata da larici e abeti. Si prosegue lungo il suggestivo percorso della mulattiera, inoltrandosi nel bosco, fino ai resti di una miniera abbandonata, lugubremente soprannominata “Città morta”. Qui sono visibili le tracce dell'attività che caratterizzava la valle già in epoca romana: l'estrazione e la lavorazione dell'oro. Un'attività proseguita fino alla metà del XX secolo, ma infine abbandonata anche per l'alto prezzo pagato dai minatori, stroncati in massa dalla silicosi. In valle Anzasca, sempre a Borca, si trova fra l'altro l'unica miniera d'oro visitabile d'Italia: un ambiente freddo e malsano che rende bene l'idea degli sforzi enormi sopportati da chi lavorava nelle miniere. Superata la “Città morta”, si prosegue senza attraversare il fiume, finché si incontra un torrente che raccoglie le acque del Vallone di Capisana. Poco oltre si attraversa anche il Rio Quarazza e si devia verso destra. Il percorso si fa più ripido, fino alle baite appollaiate sull'Alpe La Piana, a 1610 metri d'altitudine. La mulattiera si snoda per tornanti, sempre immersa nella vegetazione, fino a raggiungere i pascoli d'alta montagna, dove il paesaggio cambia radicalmente. Il falsopiano supera i 2.000 metri nei pressi dell'Alpe Schena e del bivacco di Lanti, ma l'ascesa prosegue, proponendo scenari sempre nuovi e affascinanti: dopo il bivacco si seguono, sulla sinistra, le tracce che portano al colle del Piccolo Altare. Quest'ultima parte di cammino è breve ma emozionante, perché si sviluppa in un paesaggio lunare. Un'ultima deviazione verso destra e si giunge al Passo del Turlo. Da qui si domina la Valsesia, godendo di una vista ineguagliabile. Il luogo è ideale per ritemprarsi dopo un'escursione lunga, sebbene non impegnativa, e per rifocillarsi prima di affrontare la discesa, che può essere effettuata seguendo lo stesso percorso dell'andata. In alternativa si può scollinare in Valsesia, ad Alagna, dove si giunge dopo circa tre ore di cammino.

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