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Capo Rizzuto: un'immersione nel mito

le castella

Una fortezza aragonese di forma irregolare si erge su un isolotto a pochi metri dalla riva, circondata da un mare che oscilla continuamente fra le tonalità del turchese e dello smeraldo. Solo un esile camminamento di roccia la collega con la terraferma. Il silenzio è interrotto solo dal vento di grecale che soffia quasi sempre impetuoso, contribuendo a mantenere limpido e puro il mare. Si ha l'impressione che, da un momento all'altro, le vele di una nave saracena possano fare capolino all'orizzonte, e che dagli spalti del castello i soldati si preparino alla difesa. Siamo a Punta Le Castella, all'estremità orientale del Golfo di Squillace, sulla costa ionica calabrese. Qui cominciano i 40 chilometri di costa compresi nell'Area Marina Protetta di Capo Rizzuto, che prende nome da Isola Capo Rizzuto, il primo dei due comuni interessati dalla riserva (il secondo è Crotone). L'Amp copre una superficie di quasi 15.000 ettari di mare, il che ne fa la più estesa riserva marina italiana, con un patrimonio inestimabile che va anche oltre l'interesse naturalistico. Lungo gli otto promontori protesi nel blu della riserva, in un serrato avvicendarsi di scogliere e spiagge finissime dal caratteristico color oro vecchio, lo Ionio si mantiene su temperature subtropicali, favorendo il proliferare di un'eccezionale quantità di organismi, fra banchi di madrepore e colonie di Posidonia Oceanica. Le cernie si spingono quasi fino a riva, nelle estese secche davanti a Capo Rizzuto. Ricciole, barracuda, tonnetti, lecce e saraghi fasciati si muovono un po' più al largo, come pure i delfini che accompagnano di buon grado le escursioni in barca e la vestizione di sub e sea-watchers. Queste infide secche (alcune erano isole e fra queste potrebbe esserci la mitica Calipso descritta nell'Odissea) hanno provocato naufragi fin dall'antichità, così che alla vista dell'escursionista subacqueo possono presentarsi ancora oggi anfore, utensili, relitti di imbarcazioni delle epoche più disparate e persino le palle di granito sparate con catapulte dalle fortificazioni della costa, per affondare le navi nemiche. Si diceva di Le Castella: un sistema di torri di origine bizantina, ampliato e rafforzato prima dagli Angioini e poi dagli Aragonesi, ma ugualmente espugnato nel 1536 dal pirata algerino Khaiad-din, detto il Barbarossa. Secondo le cronache, durante l'attacco vennero rapiti donne, bambini e uomini da destinare ai lavori forzati, tra cui il giovane Giovanni Dionigi Galeni, che fu messo ai remi. Venduto come schiavo a Costantinopoli, Giovanni rinnegò la fede cristiana, sposò la figlia del corsaro suo padrone e finì col diventare valoroso ammiraglio della flotta di Costantinopoli, nonché unico superstite della battaglia di Lepanto fra gli ottomani, nel 1572. Il suo nome musulmano (Ulugh Alì, storpiato in Uccialì) è inciso alla base del busto bronzeo che lo celebra, nella piazza del borgo di Le Castella. La sua storia è una delle tante che si scoprono risalendo la costa verso nord-est. Il percorso via terra permette fra l'altro di contemplare un paesaggio cangiante che, fra Punta Le Castella e Capo Rizzuto, presenta il tratto sabbioso più esteso, regalando scorci di grande fascino. Alle spalle della spiaggia si stende una fitta pineta con splendidi esemplari di pino d'Aleppo e cipressi, ultimo residuo dei boschi che ricoprivano la zona fino alla riforma agraria degli anni Cinquanta. Ma anche ultimo rifugio per piccoli mammiferi e per una moltitudine di uccelli stanziali o di passo. Le scogliere e le scarpate argillose ospitano invece una ricca flora spontanea in cui si distinguono tutte le specie tipiche della macchia mediterranea, dal corbezzolo al cisto, dal lentisco alla ginestra. Nell'entroterra i campi coltivati (soprattutto vigneti e agrumeti) si stendono a perdita d'occhio. L'itinerario storico fra terra e mare è segnato da una lunga serie di torri d'avvistamento a pianta circolare o quadrata (più antiche le prime, sorte nel Quattrocento) e fa tappa a Capo Cimiti: sulle sue rocce a picco sul mare si notano i resti di una villa romana di età imperiale, con pavimenti a mosaico e terme. Sotto il pelo dell'acqua, sul basso fondale sabbioso, i resti di cinque colonne doriche in prezioso marmo cipollino, proveniente dall'Eubea. La zona è sottoposta a riserva integrale (divieto di navigazione e di balneazione) come pure le acque che bagnano Capo Colonna, l'ultimo promontorio della riserva superato il quale si entra idealmente nel Golfo di Taranto. Qui, a due passi dalla riva, un'altra colonna dorica se ne sta ritta sul suo basamento a testimonianza del monumentale tempio eretto nel VI secolo a.C. a Hera Lacinia, nume tutelare delle donne e della fertilità. Le altre 47 colonne furono probabilmente riciclate come materiale da costruzione nel corso del Medioevo. Oggi questo sito, storicamente noto come punto di sosta e ristoro per i naviganti, ospita un parco archeologico e un santuario.

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