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Lunedì, 13/07/2020
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Cuma: le rovine della città fondata dai Calcidesi

antro della sibilla

A nord di Capo Miseno, poco distante dal lago d'Averno (il cui nome già evoca scenari mitologici), si incontra la leggendaria Cuma, distesa su un poggio che, all'epoca della fondazione della città, costituiva un promontorio quasi circondato dal mare, poi ritiratosi. La maggior parte dei turisti che visitano le rovine dell'antica colonia greca è attratta principalmente dal celebre Antro della Sibilla, nel quale la sacerdotessa sacra al dio Apollo elargiva i suoi vaticini e trasmetteva premonizioni, naturalmente in forma oscura e criptica. Ma il Parco Archeologico di Cuma ha molto altro da offrire, e racchiude testimonianze delle tre civiltà che, in epoca classica, si insediarono in questo luogo: dai fondatori Calcidesi (giunti dalla città greca di Chalkida nell'VIII secolo a.C.) ai Romani, passando per i Sanniti. Dell’Acropoli di Cuma restano ancora tratti delle mura greche, con rifacimenti successivi di epoca sannitica e altri riconducibili al periodo triumvirale romano. All’interno dell’area urbana si incontrano i resti del tempio di Apollo e di quello di Giove, la Crypta romana, i resti di un grandioso edificio termale di età imperiale, dell’Anfiteatro e del Foro, dove sono visibili le rovine del Capitolium. Numerosi anche i sepolcri di cittadini greci e romani. Sulla via Domitiana, che attraversava la città per congiungersi alla via Appia, unendo Pozzuoli a Roma, si erge l'Arco Felice, scavato nella montagna. La visita al parco si apre proprio con il leggendario Antro della Sibilla, situato in prossimità del viale d'ingresso. Presso l'imbocco della caverna, una lapide ricorda i versi di Virgilio, tratti dall'Eneide, che raccontano del vaticinio formulato dalla Sibilla ad Enea, prima che l'eroe scendesse negli Inferi per incontrare lo spirito del padre Anchise. Secondo le indagini più recenti, tuttavia, nessun responso fu mai pronunciato in questa galleria, che sarebbe stata invece scavata nella roccia per scopi militari. Il fascino di questo profondissimo antro ricavato nel tufo, però, resta inalterato in virtù delle sue proporzioni e del suo sviluppo articolato: alta circa cinque metri e lunga più di 130, la galleria fu probabilmente realizzata a più riprese. Il tratto più antico, a sezione trapezoidale, risalirebbe al IV secolo a.C. Quello più recente (e più basso) si aggiunse in età imperiale. Il lungo corridoio pare fatto apposta per stimolare l'immaginazione: l'illuminazione irregolare è data da sei grandi fenditure che si aprono sul fianco destro. Ma su entrambi i lati si incontrano bracci trasversali aventi funzioni diverse. Alcuni assicuravano il ricambio dell'aria, altri furono usati come cisterne, altri ancora come luoghi di sepoltura dai primi cristiani. Ma le diramazioni più interessanti, che hanno permesso di comprendere il vero scopo di quest'architettura, sono quelle che portano a una terrazza che dominava l'antico porto. Su questa piattaforma sopraelevata, infatti, venivano collocate le catapulte e le altre macchine difensive militari, a scongiurare i pericoli di un attacco dal mare. Seguendo fino in fondo la galleria principale, invece, si accede all'ambiente più suggestivo: la sala interna rettangolare, su cui si apre un ambiente più piccolo, suddiviso in tre nicchie e coperto da una volta a botte. Qui, secondo la tradizione, sedeva la Sibilla. Uscendo dall'antro ci si ritrova in un piazzale da cui parte la Via Sacra, ovvero il percorso che conduceva all'Acropoli, su cui si affacciavano i templi. Le prime rovine sulla destra sono quelle del Tempio di Apollo, un edificio eretto già dai Greci, e successivamente ricostruito dai Romani e convertito in chiesa dai cristiani nel V secolo. Notevoli, in particolare, le colonne angolari composte da tre fusti uniti e rivestite di stucco in modo da imitare le scanalature delle colonne marmoree. Continuando a salire si incontra il Tempio di Giove, anch'esso fondato dai primi coloni greci e poi riadattato più volte in epoca sannitica, romana e cristiana. La posizione sopraelevata è ideale per contemplare le rovine di Cuma antica, gli edifici del Foro (ancora parzialmente interrato nel settore orientale), il porticato che ne delimitava i lati lunghi, le terme realizzate nel II secolo d.C. I resti di colonne, lastre in marmo, mosaici e dipinti testimoniano l'eleganza che doveva contraddistinguere quest'ambiente, tradizionalmente consacrato dai Romani all'otium e alla cura del corpo. Sul versante occidentale del foro era collocato il Capitolium, eretto già dai Sanniti ma ristrutturato dai Romani per essere consacrato alla “triade capitolina” composta da Giove, Giunone e Minerva. A sud si scorgono i resti del “tempio con portico”, delimitato da colonne e dedicato a una divinità tuttora ignota. Accanto all'Antro della Sibilla, poi, si apre la Crypta romana, un'altra galleria militare (lunga quasi duecento metri) scavata per collegare il porto con la città, tagliando la collina. Da segnalare, infine, una delle scoperte più recenti: l'Anfiteatro del II secolo, che deve ancora essere completamente recuperato.

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