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Venerdì, 22/09/2017
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Sul Monte Gelbison, la “terrazza del Cilento”

monte gelbison

Viene solitamente indicato come Monte Gelbison, ma alcuni lo chiamano anche “Monte Sacro”. È il grande cono verdeggiante che, in virtù dei suoi 1707 metri, rappresenta la vetta più alta del gruppo del Cilento, nonché il più spettacolare punto di osservazione su tutto il territorio del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano con la sua costellazione di microclimi: dalla macchia costiera agli abeti delle quote più elevate. In realtà, entrambe le denominazioni condividono il significato di sacralità di questa montagna, perché in arabo Gelbison indica appunto la “montagna dell'idolo”. Tanto basta a fornire un'idea dell'alone mistico che circonda il Gelbison, un po' come la naturale corona di nuvole che bisogna attraversare e superare per raggiungere la cima, dove nel X secolo un gruppo di monaci basiliani fondarono il Santuario della Madonna del Sacro Monte, tuttora luogo di culto e meta di frequenti pellegrinaggi. A memoria d'uomo, la vertiginosa bellezza del picco e la vastità delle vedute, che si spingono ben oltre il tappeto di nuvole, provoca un senso di elevazione spirituale e al tempo stesso di piccolezza rispetto alla maestosità della natura. Non è un caso, insomma, se il sentiero che conduce in vetta al monte sia uno dei più frequentati e noti nei 182.000 ettari che costituiscono il Parco del Cilento e occupano il 37% della provincia di Salerno. Per affrontare l'escursione (piuttosto impegnativa, certo, ma poco tecnica ed estremamente gratificante) bisogna raggiungere il piccolo comune di Novi Velia passando per Vallo della Lucania, la cittadina in cui ha sede l'Ente Parco, a sua volta raggiungibile dall'autostrada Salerno-Reggio Calabria. Una volta giunti in auto a Novi, alla base della montagna, vale la pena di effettuare una breve sosta nel centro antico, raccolto attorno a tre complessi architettonici: l'antichissima Torre Longobarda, simbolo dei primi abitatori del borgo, il Convento dei Celestini e il Castello dei Baroni di Marzano. Non bisogna, però, perdere di vista la meta principale dell'escursione. Per iniziare l'ascesa al “Monte Sacro” si parcheggia l'auto in un'area attrezzata per i picnic, a pochi chilometri dall'abitato, nei pressi di una centrale idroelettrica che sfrutta il corso impetuoso del fiume Torna. L'attenzione è subito catturata dalle bizzarrie del torrente, che serpeggia fra enormi massi di arenaria, dando luogo a una miriade di pozze e cascatelle. Il tracciato che porta alla vetta, per mille anni battuto dai pellegrini, misura circa tre chilometri e può essere percorso in tre ore, o anche meno se si può contare su un buon allenamento. Il primo tratto si sviluppa parallelamente al torrente, ma garantisce da subito il completo distacco dal “mondo civilizzato” e l'immersione nell'ambiente lussureggiante e straordinariamente variegato che contraddistingue il Cilento. La vegetazione arborea è dominata da grandi esemplari di castagno e dall'ontano napoletano, mentre nel fitto sottobosco si notano le tane di piccoli mammiferi predatori (volpi, lontre, donnole e martore) e, in autunno, una gran quantità di funghi. Il tutto, naturalmente, va rispettato e preservato amorevolmente. Lasciato il Torna con i suoi giochi d'acqua, il percorso sale sul fianco sinistro del vallone Caricaturo, attraversando un bel castagneto, fino a raggiungere un pianoro. In questo punto inizia l'antico sentiero lastricato in pietra locale, che un tempo costituiva l'unica via di collegamento al Santuario. La vegetazione muta piuttosto rapidamente e i castagni cedono il passo ad abeti di diverse specie. Serpeggiando nel folto del bosco, il sentiero si fa sempre più stretto e aumenta anche la pendenza, finché ricompare l'ontano napoletano e cominciano ad aprirsi radure pittoresche in cui sono gli arbusti del sottobosco a prevalere. Fra questi spiccano splendidi esemplari di corbezzolo. Si giunge così al pianoro in cui sgorga la sorgente di Fiumefreddo. Un'acqua sempre limpida e fresca zampilla vicino ad un'effigie della Madonna. Lo spiazzo naturale rappresenta anche il luogo ideale per una sosta utile a rifocillarsi. L'ultimo tratto del percorso lastricato è piuttosto ripido e attraversa la vasta faggeta che circonda la cima del Monte Gelbison. Non mancano, in questa zona tipicamente carsica, anche esemplari di pino e abete. Infine si arriva alla “croce di Rofrano”, ovvero al punto d'incontro fra i due sentieri che risalgono la montagna. Nello spiazzo si notano due cumuli di pietre sormontati da una croce (i “monti di pietà”), segno secolare della devozione dei pellegrini. Il Santuario mariano, e in particolare l'edificio che ospita il monastero, stupisce per la sua mole e per la collocazione, proprio nel punto più alto del Gelbison. Dal piazzale la vista abbraccia quasi tutto il Cilento, con i Monti Alburni da un lato e il blu del Tirreno dall'altro. Più lontano, verso sud, il massiccio del Pollino. Oltre il profilo della costiera amalfitana e del promontorio di Palinuro si scorgono le sagome di Ischia e Capri.

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