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Lunedì, 18/12/2017
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Il Bosco della Ficuzza, polmone del palermitano

palazzo reale di ficuzza

La Sicilia verde e florida, tutta montagne coperte da fitte foreste, non sempre è un ricordo che sopravvive solo nelle pagine di poeti e scrittori. Esistono oasi capaci di restituire l'antica immagine dell'isola, prima che la desertificazione, la cementificazione, gli abusi ne stravolgessero l'aspetto. Uno di questi polmoni verdi resiste, protetto da una riserva naturale, nell'entroterra a sud di Palermo. Si chiama Bosco di Ficuzza (dal nome del borgo più vicino, frazione di Corleone) e si presenta come un sorprendente mosaico di microclimi che si stende a partire dalla ripida parete calcarea di Rocca Busambra. Dalla cima del bastione, a 1.600 metri sul livello del mare, lo sguardo si perde nel tentativo di enumerare una sequenza infinita di rilievi montuosi e collinari. Più in basso e per circa 8.000 ettari, foreste di lecci, roverelle, querce da sughero, cerri, frassini e olmi cedono il passo, solo nei tratti più impervi, a una fitta vegetazione arbustiva. Senonché, proprio accanto al villaggio, si apre un ampio spiazzo con al centro un edificio principesco. Si direbbe quasi un palazzo reale, e infatti così è chiamato dalla gente del posto. Più precisamente, questa era la “casina di caccia” del re Ferdinando IV di Borbone. Nel 1798, quando il Borbone dovette fuggire dai tumulti di Napoli per riparare nella tranquilla Palermo, acquistò e riunì una decina di feudi in questa zona per farne la propria riserva di caccia. In quegli anni nacque anche la “Real casina” in stile neoclassico, immersa nel cuore della riserva con la Rocca Busambra sullo sfondo. Il re amava molto cacciare nella sua foresta curatissima e ricca di selvaggina, ma più ancora (pare) amava starsene seduto su una specie di trono di pietra al centro di una radura paludosa dove, al tramonto, i cinghiali convergevano per abbeverarsi. A quel punto Ferdinando imbracciava lo schioppo e faceva fuoco su tutti gli animali che capitavano a tiro. Oggi le finalità della riserva, affidata all'Amministrazione Forestale, sono diametralmente opposte a quelle originarie. Il patrimonio ambientale, nonostante i tagli e gli incendi del passato, resta ricchissimo anche con l'aggiunta del vicino Bosco di Godrano. In questo esempio più unico che raro di “bosco misto mediterraneo” trova riparo l'80% della fauna siciliana: piccoli mammiferi come le volpe, la donnola, la martora, il gatto selvatico o il ghiro che i siciliani chiamano surci giacalone (topo dormiglione); rapaci come l'aquila reale, il corvo imperiale, il nibbio e il falco pellegrino. Di recente sono tornati anche daini e cinghiali. Così gli avvistamenti non sono infrequenti, se si percorre in silenzio uno dei sentieri che attraversano la foresta. Fra questi il sentiero 6 (segnaletica giallo-verde) che si sviluppa ad anello per circa 9 chilometri, con partenza e arrivo al palazzo reale dove ha sede il Centro di recupero della fauna selvatica. Il percorso non presenta difficoltà di rilievo ma richiede una certa disponibilità di tempo per essere coperto con la dovuta calma. Fin dai primi metri ci si immerge nella fitta lecceta che si stende fra il borgo e la Rocca Busambra, mentre nel sottobosco spuntano diverse specie preziose di orchidea. Dopo un buon tratto si supera un cancelletto che immette sulla strada forestale, da percorrere fino a una fontana. La Fonte Ramusa offre splendidi panorami sui pascoli ai piedi della parete rocciosa ma, superate due colonnine in pietra, la strada torna a immergersi nel folto della vegetazione, costeggiando un muretto a secco. Qui predomina la quercia da sughero che convive con un sottobosco molto variegato. Ad un tratto si esce nella radura della Casotta, nei pressi della colonia abbandonata delle Ferrovie dello Stato. Si resta ai margini del bosco con il vantaggio di poter ammirare, specie in primavera, una moltitudine di specie floreali fra cui lo zafferanello e l'acetosella gialla. Superata una serie di cancelletti la stradina comincia a scendere verso il vallone di Elice. A questo punto si incontra la segnaletica del sentiero 3, da imboccare per proseguire nell'escursione (il sentiero 6 ritorna a Ficuzza). C'è da superare un modesto rilievo affacciato su ampi prati. Dal punto più alto, in lontananza, è possibile scorgere il “pulpito del re”, ovvero il sedile su cui re Ferdinando si appostava, circondato dalla sua corte, in attesa della selvaggina. Infine si raggiunge il bivio di Cozzo Quattro Finaite, da cui ci si immette sul tracciato della vecchia ferrovia a scartamento ridotto Corleone-Palermo: una linea storica inaugurata nel 1886 e attiva fino al 1959. Presto dovrebbe diventare una pista ciclabile. L'ultimo tratto, in dolce discesa, conduce appunto alla vecchia stazione di Ficuzza e da qui, per mezzo di una rampa a gradoni, si torna in breve al villaggio.

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